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Tv: basta alle inquadrature sessualizzanti nello sport

Tv: basta alle inquadrature sessualizzanti nello sport. Il problema di come mostrare i corpi femminili divide di nuovo il web, che si divide fra chi accusa le nuove linee guida dell’Ebu (Unione europea di radiodiffusione) di puritanesimo e chi le saluta come una nuova e più dignitosa narrazione delle atlete.

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Tv: basta alle inquadrature sessualizzanti nello sport. Il problema di come mostrare i corpi femminili divide di nuovo il web, che si divide fra chi accusa le nuove linee guida dell'Ebu (Unione europea di radiodiffusione) di puritanesimo e chi le saluta come una nuova e più dignitosa narrazione delle atlete.
Crediti foto hollypv Instagram

Ha destato scandalo la decisione dell’Ebu (Unione europea di radiodiffusione) di vietare nelle sue nuove linee guida le inquadrature sessualizzanti dei corpi delle atlete. C’è chi parla di cambiamento epocale, chi di trionfo del puritanesimo, chi sostiene che rappresenterà un danno economico incalcolabile per le atlete. Vediamo che succede.

I fatti

L’Ebu in accordo con European Athletics ha deciso di varare nuove linee guida per le inquadrature televise delle competizioni, che d’ora in poi dovranno evitare di essere troppo ravvicinate e soprattutto non focalizzarsi sulle parti anatomiche sotto il bacino. Queste linee guida valgono per l’atletica femminile a tutti i livelli, mentre per quanto riguarda quella maschile rimane tutto invariato. Sostenitrici delle nuove linee guida sono atlete del calibro di Ivana Spanovic e Holly Bradshaw, che si sono spese mediaticamente per caldeggiare questo cambio di narrazione dello sport femminile.

Non solo sport

L’iniziativa dell’Ebu e dell’Europian Athletics si inserisce nel più ampio e annoso dibattito sulla sessualizzazione dei corpi femminili all’interno dei mass media. Un tema particolarmente sentito in Occidente, che torna continuamente come trend di discussione sui social quando si discute di televisione, di cinema, di cartellonistica pubblicitaria. Secondo alcune attiviste infatti l’intera narrazione mass mediale è fatta ad uso e consumo del maschio bianco eterosessuale, che cerca nei media corpi femminili canonicamente belli da desiderare sessualmente. Poco importa se quei corpi sono impegnati nel fare divulgazione, in una gara sportiva o nel promuovere prodotti lontani dall’ambito del beauty, ciò che conta per lo sguardo maschile è che sono lì discinti per il proprio piacere.

Un cambio culturale

Per quanto riguarda lo sport il cambio delle linee guida dell’Ebu significa una vera e propria rivoluzione culturale. L’atletica olimpionica infatti ha avuto fin dalla sua ripresa a fine 1800 (ed in particolare dopo la prima guerra mondiale) un forte spirito antisessuofobico, vedendo nella bellezza dei corpi di atleti ed atlete un antidoto al puritanesimo e alla svalutazione della bellezza della carne propria della borghesia dell’epoca. Testimonianza di questo modo d’intendere i corpi nello sport è il celebre film “Olympia” di Leni Riefenstahl (1938), che all’epoca venne accusato perfino di pornografia e neopaganesimo. Il modello d’inquadratura e di visione dei corpi della Riefenstahl rimarrà uno standard intoccabile per cameramen e registi tv impegnati a riprendere l’atletica per il piccolo schermo. Cos’è cambiato rispetto ad allora?

I social, sempre colpa dei social

Come al solito il mutamento culturale è colpa dei social, in particolare di Instagram e Tiktok. La questione è semplice e a ribadirla è proprio Holly Bradshaw: sui social ci sono centinai di profili specializzati nel postare solamente estratti delle inquadrature tv delle gare sportive femminili, estratti che indugiano unicamente sui dettagli erotici (inquadrature ravvicinate di seno, glutei, piedi) invitando poi l’utenza a seguire i link delle caption a Telegram e ad OF per comprare altro materiale dello stesso tenore, spesso generato con l’AI (senza ovviamente alcun consenso rilasciato dalle atlete). Questa monetizzazione aggressiva e sfruttatrice dei corpi delle atlete sui social è stato l’argomento definitivo che ha convinto l’Ebu a cambiare le sue linee guida, per allontanarsi quanto più possibile da un fenomeno che nulla ha a che fare con lo sport e con la dignità delle atlete.

Narrazioni divergenti

La questione però è ancora più complessa. Lo European Athletics, infatti, nel suo comunicato sul cambio di policy dell’Ebu, sostiene che il cambio di narrazione aumenterà l’inclusività per le atlete, senza distinzioni di cultura, etnia e credo religioso. Bisogna tenerlo a mente perché questo allarga e complica ancora di più la questione: il modo di raccontare e inquadrare le atlete e i loro corpi infatti deriva dallo scontro secolare fra puritanesimo e libertà sessuale tipico della cultura occidentale, scontro che altre culture/religioni non hanno mai conosciuto o hanno normato in maniera diversa dalla nostra. Uscire da una visione eurocentrica significa quindi incoraggiare donne di altre culture/religioni a praticare e seguire l’atletica femminile, allargandone il bacino economico.

Progresso o arretramento di civiltà?

Il dibattito sui social ovviamente si è ridotto all’annosa questione: questo cambio di rotta è un progresso o è l’ennesima involuzione sessuofobica della nostra civiltà? Su questo i pareri sono molto contrastanti, perché vanno a toccare elementi delicatissimi come la sessualità, il pudore ed il ruolo pubblico della donna. I critici delle nuove linee guida sostengono che così si ritorna indietro di quasi cento anni, dato che il corpo della donna deve essere guardato solo da lontano (questione inquadratura tv) e possibilmente coperto (la richiesta delle atlete di avere abbigliamento più coprente), perché in fondo stiamo tornando al puritanesimo di fine ottocento. Secondo gli entusiasti delle riforma invece finalmente si tutela la dignità e il pudore delle atlete, che con le nuove inquadrature (e l’introduzione futura di abiti meno succinti) finalmente verranno seguite non per il desiderio maschile dei loro corpi ma per la loro bravura atletica.

Sarà un disastro economico?

Uno degli argomenti forti dei detrattori della riforma è la potenziale ricaduta economica del cambio di rotta dell’Ebu. Quanti uomini seguiranno ancora l’atletica femminile in tv se non potranno più guardare inquadrature sessualizzanti? Questo argomento ovviamente implica il pieno riconoscimento del problema posto dalle atlete promotrici della riforma: una parte non indifferente del pubblico maschile segue l’atletica femminile per guardare immagini che trova erotiche, e non per interesse sportivo. Il problema è che nessuno sa quanto larga sia la fascia di questo pubblico, e quindi quali saranno le ricadute in termini di audience e di introiti pubblicitari. L’Ebu e lo European Athletics effettivamente non hanno una risposta a questa obiezione, e stanno quindi compiendo un salto nel vuoto per una questione di principio.

Il futuro

Bisognerà attendere il prossimo futuro per vedere se il cambio ricercato dall’Ebu e dallo European Athletics avranno successo. La questione economica avrà un suo peso, ma altrettanto ne avrà la convinzione con cui le atlete e le loro ammiratrici continueranno a sostenere la bontà della nuova narrazione. Secondo alcuni questa rivoluzione avrà tanto più successo quanto più sarà accompagnata ad un’educazione capillare nelle scuole sul valore e la dignità dello sport femminile, quindi i risultati più importanti si vedranno sul lungo periodo, e non nell’immediato. Qualunque posizione si sposi sul problema, una cosa è certa: i social hanno ridisegnato completamente l’intera questione del corpo femminile e della sua rappresentazione pubblica, e lo hanno fatto senza chiedere nulla alle donne.

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