Di Marta Scaccabarozzi

Il cantautore pop Riccardo Romano fa il suo debutto solista con l’EP “Circuiti”, nel quale racconta (quasi) tutto di sé. Lo abbiamo incontrato per capire come sono nate le canzoni.

 

Ciao Riccardo e benvenuto sul sito del MEI. Hai recentemente pubblicato il tuo nuovo EP “Circuiti”. Come ti senti?

 

Ciao a tutti! Sono emozionatissimo, non c’è altro modo per dirlo. “Circuiti” è il mio primo EP da cantante solista e non vedevo l’ora uscisse! Le sensazioni che sto provando sono tante e si alternano di continuo: ansia, gioia e scariche di adrenalina. È bellissimo.

 

Hai dichiarato: “Circuiti” descrive appieno una piccola parte di quello che sono, un

insieme di episodi vissuti”. Chi è quindi Riccardo e come viene descritto in questi brani?

 

In questo “EP” ho saldato 6 circuiti, 6 parti di me. Non è facile mettersi a nudo soprattutto per uno come me, introverso e solitario, è una vera sfida che mi ha spinto però a continuare a scrivere e a scavare in profondità. Nei brani che troverete dentro “Circuiti” sono presenti varie sfaccettature di me. Ho scritto di una mia grande “dote”, ossia la pigrizia e della mia perenne lotta contro di essa per evitare di passare tutta la vita sul divano. Racconto della mia quotidianità e degli imprevisti di tutti i giorni, che puntualmente mettono i bastoni tra le ruote e tutto quello che hai organizzato viene buttato fuori dalla finestra. Parlo del mio cuore,o meglio, del rapporto che ho con lui e di come io mi conosca in modo così superficiale, ma parlo anche del rapporto con mio padre e del fatto che più cresco e più mi accorgo di assomigliargli pur avendo ancora punti di vista differenti su vari argomenti. Racconto del mio essere chiuso e introverso, della difficoltà che ho nel parlare con gli altri dei miei problemi, motivo per cui tendo ad isolarmi e infine parlo di quanto sia bello stare bene riuscendo anche a perdersi in 20 metri quadrati con la propria metà.

 

Per te la musica deve avere come finalità il raccontare qualche cosa? Magari la vita

stessa?

 

La musica quando vuole raccontare qualcosa per me ha sempre un valore aggiunto. Essendo di per se uno strumento di trasmissione potentissimo, che ci unisce indifferentemente, l’unire ad essa una storia vissuta permette a chi la ascolta di immedesimarsi nelle parole che vengono scritte, rendendole in un certo senso sue. Per me quindi il raccontare una storia o anche solo parlare di se in una canzone è molto importante, magari non deve essere il fine di tutta la musica, ma ciò la rende più potente ed emotiva.

 

Le sonorità di questo lavoro sono un mix centrato di generi diversi. Pop, elettronica,

ma anche rock e ballad romantiche. Ti sei avvalso della collaborazione del produttore Lorenzo Avanzi. Come è stato lavorare in studio?

 

Il sound è quello su cui abbiamo lavorato di più. Quando con Lorenzo, che oltre all’arrangiamento ha curato mix e master dell’EP, siamo partiti con i brani abbiamo deciso in modo unanime di non porci limiti sui suoni. Volevamo sperimentare per fare in modo che ogni canzone fosse unica. Non era la prima volta che lavoravo in studio poiché con la mia vecchia band avevo già pubblicato un EP, però era la prima volta che lavoravo in studio con Lorenzo. Nonostante fosse appunto la prima volta era come se lavorassimo insieme da sempre. Ci capivamo al volo. Questo ha reso il lavorare in studio ancora più bello e divertente.

 

Facciamo un salto indietro nel tempo. Il primo ricordo che hai legato alla musica?

 

Il primo ricordo che ho è sicuramente legato a mio papà. La passione per la musica l’ho ereditata da lui. Non c’era domenica dove lo stereo non sparasse a palla la sua musica preferita, principalmente anni 80, che un po’ è diventata anche la mia. Cantanti come Mango, Culture Club e Depeche Mode riempivano i pomeriggi. Così ogni domenica partiva il momento karaoke dove lanciavo i miei primi acuti.

 

Ed ora viaggiamo nel futuro. Dove vorresti essere, con la tua musica, tra dieci anni?

 

Vorrei essere in tour in giro per l’Italia, vedere posti nuovi e gente nuova con cui scambiare musica. Un piccolo sogno che ho nel cassetto è quello di suonare all’Arena di Verona. Il suonare in un anfiteatro di origine romana, che viene utilizzato ormai da secoli e tutt’oggi resiste mi affascina follemente. Ecco dove vorrei essere tra dieci anni.

 

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